Riflessioni sulla Ruche

Pubblichiamo qua un'interessantissima riflessione di Thomas Regazzola su "La Ruche qui dit Oui!", un sistema che in Francia mette in relazione diretta migliaia di paysans con centinaia di migliaia di famiglie, garantendo ai primi un reddito al di fuori dei canali (strozzini) della GDO ed ai secondi l'approvvigionamento di prodotti a km zero e (tendenzialmente) a basso impatto ambientale

(nota bene: l'autore, dopo la pubblicazione,  mi chiede di invitarvi a leggere in particolare gli ultimi capitoli, quello critico -Una trasparenza limitata- e quello interlocutorio -Imprecare o imparare?- e, nella corrispondenza personale, aggiunge questa riflessione: "Penso che siamo alla fine del periodo in cui ci si poteva accontentare della tendenza intimamente individualista, in cui io penso a procurarmi il mio giusto reddito, il consumatore a procurarsi il suo giusto cibo e finisce lì. Ormai, il gran capitale, la finanza hanno capito che su quella tendenza possono farci dei soldi e se non riusciamo a renderci accessibili a tutti (non solo ai simpatizzanti) la filiera corta se l'organizzano loro, a loro vantaggio.)

 

Cosa possiamo imparare dalla assimilazione capitalista,

molto business, dei nostri obbiettivi?


La nascita, in Francia, nel 2011, della piattaforma informatica La Ruche qui dit oui! e soprattutto, i suoi rapidi successi, hanno suscitato grandi polemiche che continuano a coinvolgere le reti sociali e, oltre a queste, media digitali e media cartacei.

Infastidito dalle accuse infondate e dalle autodifese speciose, ho cercato di utilizzare i materiali reperibili su internet per faire le tour di questa nuova struttura e, dopo aver fatto più luce possibile sui suoi meccanismi, mi son chiesto se i metodi di questa "assimilazione capitalista" non potessero insegnarci qualcosa.

La Ruche qui dit Oui!: una "società per azioni semplificata"

Si tratta d'un servizio informatico centralizzato che offre a chiunque voglia costituire una Ruche locale, l'usufrutto d'una piattaforma internet che mette in contatto dei consumatori alla ricerca di prodotti freschi, con dei produttori locali e che permette di gestire localmente: offerte, ordini, vendite, flussi di tesoreria e fatturazione.

La struttura si autodefinisce "impresa lucrativa": visti gli ambienti in cui è stata concepita e le fate che si sono chinate sulla sua culla, sarebbe scortese dubitarne.

Il concetto è stato elaborato in seno all'incubatore Advancia, della Scuola Superiore di Commercio della CCI di Parigi (che fa parte della Conférence des Grandes Écoles, con HEC, ESSEC, etc), per iniziativa di Guilhem Cheron, diplomato dell'ENSCI (École Nationale, Supérieure de Création Industrielle), esperto in marketing e in design culinario (Les Repas Santé: piatti cucinati, mixati, tritati, pronti all'uso) che, assieme a Marc-David Choukroun, specialista di gestione di progetti Web e di marketing digitale, crea, nel 2010, Equanum SAS ("consigli d'affari e di gestione"), società di brokeraggio, editrice del sito web La Ruche Qui Dit Oui!

Gli investimenti per l'elaborazione dell'infrastruttura informatica vengono da una prima raccolta di fondi (2010), presso Kima Ventures, fondo d'investimento di Xavier Niel (industrie del sesso; Free: fornitore d'accesso ADSL, telefonia-televisione; quotidiano Le Monde) e di Jérémie Berrebi (ZDNet: rete di siti web), cui si aggiungono contributi finanziari personali di Christophe Duhamel (Marmiton) e di Marc Simoncini (sito d'incontri Meetic).

Nel 2012, una seconda levata di fondi implica XAnge Private Equity (banque postale) e SOLID-Siparex (gruppo che investe nelle piccole imprese per farne "i campioni del futuro"). Ulteriormente, altri prestiti e sovvenzioni, da parte di partner pubblici e privati (Paris Initiative Entreprise, La Caisse des Dépôts, la Région Ile-de-France et la BNP Paribas), garantiscono l'indipendenza d'Equanum, dove i soci-fondatori restano maggioritari.

Una Ruche locale può esser costituita per iniziativa d'un singolo individuo, d'una associazione, d'una impresa.

Il gestore della Ruche (chiamato "Ape regina") sceglie dove intende istallarsi, si occupa di costituire il gruppo locale di consumatori e di scegliere i produttori che devono far parte dell’agriculture vivrière (frutta, verdura, carne, formaggio…) e son tenuti a conformarsi ai regolamenti delle loro attività rispettive.

I produttori devono esser selezionati con cura (qualità, varietà, prezzi), secondo i criteri di una Charte che fissa una distanza massima di 250 km (la media reale è di 43) e esige che le assunzioni rispettino le norme legali.

I Consumatori non hanno altri obblighi che di iscriversi alla Ruche locale: ciò li inserisce, automaticamente, nello schedario centrale, ma non implica impegni particolari verso i produttori, o di partecipazione a turni di distribuzione, oppure sulla frequenza, volume o periodicità degli ordini (interruzione delle vacanze, assenze, ecc).

Il sito comporta un pulsante che consente di selezionare i prodotti bio (a livello nazionale, 51% dei produttori di frutta e verdura sono certificati AB); se il pulsante non è usato, il sito propone prodotti d'ogni sorta.

Potendo conoscere la distanza di ogni produttore, il consumatore sceglie liberamente i prodotti e le quantità che desidera e riceve esattamente il paniere ordinato.

I Produttori sono tenuti a darsi come obbiettivo l'eccellenza ecologica e qualitativa, senza essere obbligatoriamente certificati. Il regolamento non definisce in modo troppo vincolante le loro pratiche agro-ecologiche; specifica solo che devono o coltivare bio, oppure fare dell'agricoltura ragionata (quest'ultima preconizza la limitazione dei concimi e dei pesticidi di sintesi e un uso giustificato degli apporti chimici, secondo modalità propugnate attivamente tanto dalla FDSEA –sindacato maggioritario dell'agricoltura-, che dall'Unione degli industriali della fertilizzazione, da BASF, Du Pont, Monsanto…).

Hanno l'obbligo di specificare in dettaglio le caratteristiche dei loro prodotti, della loro azienda e dei loro metodi culturali. Stabiliscono liberamente ciò che mettono in vendita e pubblicano, sul sito locale, ogni settimana, la lista dei prodotti disponibili, le quantità minime per giustificare il trasporto e la consegna e indicano il prezzo che ritengono giusto (tenendo conto della logistica e del fatto che il prestatore di servizio preleva un margine del 20% che si ripartisce così: 5,5% TVA, 2,5% transazioni finanziarie, 8% gestore della Ruche locale, 4% alla Ruche centrale.

La Ruche locale registra gli ordini on-line, per sei giorni: se ventiquattro ore prima della data prevista per la consegna le quantità minime sono raggiunte, il responsabile della Ruche locale conferma l'ordine (La Ruche dice si!).

Il sito internet funziona come una rete sociale. Oltre alle proposte d'aiuto reciproco e alle ricette di cucina, i consumatori esprimono, pubblicamente, la loro soddisfazione o il loro malcontento sull'organizzazione, sulla qualità, il prezzo… i produttori giustificano le loro scelte e le tariffe. L'assieme degli scambi genera una pressione sociale che garantisce il rispetto delle regole, grazie all'auto controllo collettivo.

Il responsabile della Ruche locale deve farsi carico della gestione degli spazi internet messi a disposizione dei produttori e dei consumatori, deve garantire la disponibilità di un locale privato (eventualmente affittandolo), occupato legalmente, in buon stato di manutenzione e d'igiene. Il giorno delle consegne, negli orari indicati, il gestore riceve i prodotti, confeziona i panieri, presiede alla distribuzione degli ordini alla clientela e agli incontri tra consumatori e produttori.

Benché riceva il titolo di "Ape regina", il titolare della Ruche locale deve mettere in conto circa 13 ore di lavoro settimanali; teoricamente riceve il 10% del prezzo di vendita. Però, deve iscriversi al registro di commercio, oppure dichiararsi come auto-imprenditore, il che riduce il suo reddito a circa 8% del prezzo di vendita. Pagati i contributi sociali, la sua retribuzione oscilla attorno ai 300€ al mese, cioè circa 5,80€ all'ora (senza calcolare le spese eventuali, non deducibili : trasporti, affitto, comunicazioni). Insomma, il reddito netto di brokeraggio di una Ruche che conta una trentina di famiglie iscritte, non basta per vivere: si tratta d'un reddito di complemento  per alcune centinaia di persone che possono (oppure devono) accontentarsi d'una retribuzione inferiore al salario minimo interprofessionale netto (smic: 7,45€/h).

Da dove viene il suo successo?

La prima Ruche locale apre a Tolosa nel 2011 e il sistema si sviluppa rapidamente: l'anno successivo, 150 Ruches sono già in attive e 350 altre sono in preparazione. Nel 2014, le Ruches aperte sono 350 e 150 altre sono in allestimento. All'inizio del 2015, se ne contano 700. La loro apparizione in campagna, nei villaggi e nelle cittadine indica che non si rivolgono solo ai ceti borghesi urbani. Dei team distaccati operano a Lione, Tolosa, Lille, Nantes e in delle città europee (in Spagna, Inghilterra, Belgio, Germania e, da poco, in Italia)

La centralizzazione dei dati permette di monitorare l'impatto quantitativo: alla fine del primo anno, le reti locali contano 70.000 consumatori iscritti; oggi, superano i 150.000, contribuendo a mantenere in attività alcune migliaia di piccoli produttori contadini (tra 2500 e 3000), garantendo loro uno sbocco stabile ed un apporto di oltre 2000 equivalenti posti lavoro, a tempo pieno.

Di anno in anno, le vendite triplicano: a fine 2013, arrivano a 9 milioni di Euro; l'obbiettivo 2014 è di 27 milioni. 90% di questo risultato è distratto dalla grande distribuzione, per essere iniettato nei circuiti delle economie locali, in gran parte (80%) verso un'agricoltura contadina orientata al rispetto dell'ambiente.

A fine 2013, l'impresa è ancora in deficit, ma prevede un risultato di circa 2 milioni per il 2014.

I creatori de La Ruche attribuiscono questo successo alla crescente perspicacia dei consumatori: ormai, molti di loro sanno bene che le fragole son farcite di chimica, che i prosciutti provengono da spaventosi allevamenti industriali i cui nitrati uccidono i corsi d'acqua e fanno proliferare le alghe verdi sulle spiagge… Le lusinghe del marketing non bastano più, per farci mangiare prodotti che nutrono male sia colui che li mangia che colui che li produce. Poco a poco ci si rende conto delle alternative e non si ha più voglia di nutrirsi in qualsiasi modo e a qualsiasi prezzo. Si aspira a un cambiamento del modello di produzione alimentare.

É vero che i commenti che si trovano su Internet (al di fuori dalle piattaforme controllate dalla casa-madre), insistono sulla soddisfazione di poter accedere a frutta e verdure colte a maturità che non hanno sostato in frigorifero, che non sono stati asfissiati dai gas nei camion, né polverizzati da fungicidi, antiossidanti e altri prodotti anti-qualcosa. Però, gli iscritti sembrano apprezzare ancor di più di poter scegliere secondo le voglie e le disponibilità del momento, sottraendosi al regime "zucca–topinambur per sei mesi". Certo, i prezzi superano di 20% quelli delle AMAP, però equivalgono a qualunque raggruppamento di produttori in filiera corta che deve far fronte alle spese (tempo in negozio, affitto, trasporto, eccetera) e restano comunque più bassi che al supermercato, con qualità gustative molto migliori.

Tra le ragioni del successo della formula c'è, sicuramente, il fatto di non limitare al bio i prodotti disponibili, allargandone l'assortimento e attenuando il peso della stagionalità… il fatto di remunerare coloro che impegnano tempo e energia, dispensando così il consumatore da ogni obbligo (partecipazione conviviale, lavoro benevolo…), ma anche (e forse soprattutto) la libertà concessagli (nessun impegno preventivo, autonomia di scelta dei prodotti) che fa arrivare, ipso facto, l'attrazione del sistema ben aldilà di un pubblico consapevole, impegnato e volitivo.

Infine, il successo è legato anche alla qualifica di Impresa Sociale e Solidale (E2S), riconosciuta ufficialmente, dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, nel Novembre 2012, a La Ruche qui dit Oui!, che ufficializza il suo ruolo attivo nel sostegno dei piccoli produttori e nello sviluppo d'una nuova economia di prossimità. A questo proposito, uno dei suoi fondatori dichiara: "Le conventicole non mi son mai piaciute, ma è proprio questa qualifica che ha impedito al mondo degli alternativi, molto militanti, di ostracizzare il nostro modello d'impresa che, invece, è lucrativo e molto business".

Vendita diretta?

La Ruche qui dit oui! non compra nulla e non vende nulla. Da nessuna parte si maneggia del denaro, i pagamenti avvengono on-line dato che i produttori fatturano direttamente i clienti via la piattaforma bancaria del gruppo internazionale Ingenico Payment Services (Belgio e Lussemburgo), che realizza le transazioni senza farle transitare dalla Ruche.

Se ci si attiene al fatto che i prodotti e i flussi finanziari non passano, materialmente, né dalla Ruche centrale, né dalla Ruche locale, si può sostenere che si tratta di vendita diretta.

Ciononostante, la transazione permette di remunerare TRE intermediari (che non sono né produttori, né consumatori di cibo): il responsabile della Ruche locale, la società Tunz/Ogone che gestisce i flussi finanziari, via il suo porta moneta elettronico, tra Belgio e Lussemburgo e la società di brokeraggio Equanum SAS editore della piattaforma internet centralizzata.

Non per nulla, LSA (Libre Service Actualité), il magazine della grande distribuzione francese, considera La Ruche qui dit oui come la start-up più promettente della distribuzione alimentare.

Si capisce il perché di tanto entusiasmo, qualora si consideri che i suoi proprietari riescono a costruire un'autentica rete nazionale di distribuzione che permette loro di ricevere una commissione del 4% su ogni vendita, grazie all'energia di attivi che lavorano solo a part-time o che non hanno alcun lavoro (disoccupati, titolari di RSA, pensionati che cercano un reddito di complemento, casalinghe, studenti con qualche ora libera, o magari anche, cultori di convivialità et di ben mangiare, scandalizzati dal sistema di distribuzione dominante).

Dei meriti oggettivi

Eppure, benché si definisca "impresa lucrativa e molto business", La Ruche qui dit oui! mette l'accento su una serie di costatazioni inoppugnabili che illustrano la sua volontà di promuovere importanti cambiamenti, congruenti con l'attuale domanda di "legami sociali".

Garantendo la qualità e la tracciabilità dei prodotti, riducendo drasticamente trasporti e imballaggi, eliminando le spese di pubblicità, dimostrando la validità d'un modello economico d'impresa differente La Ruche qui dit oui! indebolisce l'egemonia delle strutture commerciali che impongono i prezzi ed esigono margini esorbitanti.

Favorendo la produzione agricola locale, creatrice posti di lavoro, facilitando l'accesso a un'alimentazione di qualità, La Ruche qui dit oui! contribuisce a mettere in evidenza che pratiche produttive diverse dall'industria agro-alimentare sono possibili e valevoli, accelerando, così, la transizione verso l'agricoltura di prossimità, fino a trasformare le grandi orientazioni agricole del paese.

Incoraggiando le filiere corte alimentari, facendo del consumo un vettore di significati, di sociabilità, di relazioni umane e sociali tra consumatori e produttori e tra consumatori stessi, La Ruche qui dit oui! sensibilizza un numero crescente di persone al problema delle pratiche culturali, dei modi di distribuzione e d'alimentazione.

Così, La Ruche qui dit oui! rivendica energicamente il proprio contributo all'elaborazione di un nuovo paradigma economico, centrato su valori molto forti e su quel "re-incastramento" dei legami economici nel sociale, preconizzato da Polanyi, ne La grande trasformazione (1944).

Non c'è dubbio che il "dispositivo di circolazione del valore" costituito delle singole Ruches locali è propizio alla piccola dimensione, all'agire assieme in prossimità", all'intreccio tra rapporti produttivi e rapporti interpersonali, all'autonomia del territorio, all'appropriazione e alla riconversione locale della maggior parte del valore aggiunto. D'altra parte, la loro autonomia è senz'altro favorevole alla diversità dei produttori, delle produzioni agricole, delle specie.

Una trasparenza limitata

Per concludere, bisognerebbe sapere se si possa dire la stessa cosa per quanto riguarda la presa delle decisioni, la gestione delle funzioni strategiche, la proprietà… cioè dei rapporti tra le Ruches e Equanum SAS.

Purtroppo, i materiali reperibili su Internet non danno informazioni su questi aspetti, ragion per cui il "tour de la question" si interrompe, di fronte a una serie di domande, per ora, senza risposta.

Che valore ha l'autonomia d'una Ruche locale, dato che il suo funzionamento dipende interamente da un'unica piattaforma informatica centrale?

In che misura il responsabile d'una Ruche locale può prender parte alla governance della struttura "partecipativa" centrale?

Dal punto di vista del territorio locale, qual è la funzionalità d'una struttura centralizzata (distante), visto che si tratta di favorire la prossimità e le relazioni interpersonali… visto che produttori, consumatori, forniture, movimentazioni, consegne, distribuzioni avvengono localmente e che anche i controlli sono delegati alla pressione della rete comunitaria locale?

Quali potrebbero essere le "altre" funzioni che necessitano una centralità, se non la costituzione di data base (monitoraggio statistico, informazioni sui consumatori)… se non la gestione dei flussi finanziari (ben più che la "sicurezza delle transazioni", apparentemente superflua, alla scala locale d'una cinquantina di famiglie e d'una decina di produttori)?

Cosa pensare dell'intervallo di pagamento tra consumatore e produttore (i produttori sono pagati entro 15 – 20 giorni dalla consegna) e delle opportunità d'investimento sui mercati finanziari che offre?

Come interpretare il riconoscimento ESS attribuito ad una struttura che, lungi dall'essere una cooperativa, una mutua, un'associazione, una fondazione, un fondo d'investimento solidale oppure un'impresa d'inserzione, si autodefinisce "impresa lucrativa molto business" e resta proprietà dei suoi fondatori-dirigenti non eletti?

In che modo e da chi saranno appropriati gli eccedenti, quando Equanum SAS comincerà a realizzarne (per ora comincia appena a registrare qualche risultato)?

Cosa accadrà quando grandi distributori faranno proposte d'acquisto (non mancano, anche nel campo dell'economia sociale e solidale, esempi di OPA su start-up di successo)?

A quel punto, che valore avrà la Charte de référence?

Che fine farà il riconoscimento ESS?

Quale sarà il loro comportamento quando, mettendo in piena luce la struttura reale del potere, le circostanze avranno mostrato che le Api regine non ne hanno alcuno?

C'è da chiedersi se le istanze che hanno concesso quel riconoscimento siano in grado di rispondere a ciascuna di queste domande.

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 Imprecare o imparare?

Benché i dirigenti del "movimento interregionale delle AMAP" abbiano dichiarato in una lettera aperta: "ci rallegriamo che circuiti corti diversi dai nostri, permettano a un più gran numero di contadini di vendere, in condizioni più favorevoli che la GD", basta andare sui siti internet del movimento del consumo responsabile per costatare che l'apparizione (e l'affermazione) de La Ruche a scatenato reazioni d'una ostilità radicale.

In realtà, il Movimento si mostra profondamente indignato che dei capitalisti approfittino dello sviluppo della vendita diretta e dei circuiti corti e, nella Ruche non vede altro che "la sterminatrice dei piccoli contadini bio", auspicando che "una contro-offensiva intervenga, prima che sia troppo tardi per la loro sopravvivenza".

Eppure, visitando i suoi siti, conoscendone i contenuti aldilà della Home page (iscrizione obbligatoria, ma "innocua") si constata che le Ruches locali non hanno nulla a che vedere con il postalmarket: sfoglio, vedo, compro. Al contrario, si fanno carico della voglia di socializzazione che si manifesta dappertutto, dedicando la massima cura a rispondervi con momenti di incontro faccia a faccia, condivisione delle scelte, di visite nei poderi e contatto diretto con i produttori, e anche occasioni di discussione o di svago.

Le imprecazioni stizzose non potranno mai sostituire un'attenta disamina dei motivi per cui il richiamo della Ruche oltrepassa di gran lunga la domanda militante, riuscendo ad attirare anche un vasto pubblico, ancora assai lontano dalla filosofia del Movimento.

Il vantaggio competitivo di questo marchingegno non sta nei capitali di cui ha bisogno solo perché la piattaforma è iper-centralizzata e deve controllare i flussi finanziari. Non sta nemmeno nelle performances tecnologiche, dato che reti locali di GAS o AMAP dispongono di strumenti locali e autonomi, altrettanto efficaci (ditemi se sbaglio), su cui i produttori descrivono le loro pratiche culturali e disponibilità, su cui sono passati gli ordini e fissate le date di consegna.

Il suo vantaggio competitivo sta nella sua divisa: Compra ciò che vuoi, quando vuoi.

Sta, cioè, nel fatto che, aldilà di un pubblico sensibile a certe considerazioni etico-sociali, la Ruche offre un'utilità alla popolazione globale, senza chiedere alcuna adesione ideale, senza imporre obblighi, limitazioni, controlli, ai consumatori.

Diverse inchieste di motivazione hanno già mostrato che, per un pubblico convenzionale, ordinario, interessato semplicemente dall'offerta di prodotti "puliti", sani, a prezzi ragionevoli, le esigenze e gli obblighi inerenti al funzionamento di AMAP, GAS, eccetera, hanno effetti ripulsivi…

Ciò vuol dire che, se il Movimento vuole opporsi al ricupero capitalista della vendita diretta e dei circuiti corti, se intende conservare la leadership del loro sviluppo, non può limitarsi a un pubblico che si sente coinvolto da una certa concezione del mondo (se fossimo un partito, peseremmo meno del 2%), ma deve interfacciarsi con quell'assieme variegato di comportamenti, caratteri, opinioni, interessi, che costituisce la gran massa della popolazione.

Allora potremmo chiederci: quali sarebbero gli attributi, le caratteristiche, le qualità, i pregi, le virtù che potrebbero esser compromesse o andar perse, se i diversi e numerosi nuclei delle reti del "produrre-consumare locale" (cioè i vari GAS, reti di GAS, AMAP, eccetera), si appropriassero dello stesso dispositivo e, sbarazzandolo delle funzioni centralizzatrici e di quelle relative ai pagamenti, lo facessero proliferare, restituendolo alla dimensione del locale, dove funzionerebbe in modo autonomo?

Cosa andrebbe perso se, adottando lo stesso pragmatismo della Ruche, questi nuclei territoriali allargassero il ventaglio dei prodotti non solo al bio, ma anche all'agricoltura responsabile…, non solo agli ortaggi e ai latticini, ma anche alla drogheria (come fanno già i GAS italiani e belgi), se selezionassero i loro produttori attraverso procedure locali di certificazione partecipata, lasciandoli liberi di fissare i prezzi che considerano remunerativi?

Cosa andrebbe perso se questi sistemi locali lasciassero il consumatore scegliere liberamente ciò che compra, senza aspettarsi e tanto meno esigere, prestazioni gratuite, o partecipazioni conviviali… se riservassero gli obblighi solo a coloro che hanno la volontà di assumerseli (compiti logistici, animazione degli incontri consumatori-produttori e tra consumatori, nei momenti di consegna-distribuzione)… se funzionassero grazie alla dedizione dei più militanti, ricorrendo, se necessario, anche a lavoro retribuito, finanziato da prelevamenti ragionevoli, per integrare le prestazioni gratuite e volontarie?

Se i gruppi locali, a struttura associativa o cooperativa, come i GAS o le AMAP, adottassero lo stesso pragmatismo della Ruche, raccoglierebbero, molto probabilmente, quella stessa domanda che alimenta il suo sviluppo e potrebbero moltiplicarsi, fino a formare una rete territoriale, sufficientemente densa per costituire un mercato locale vero e proprio. É ben vero che non ci sarebbe solo domanda militante o simpatizzante, ma anche consumatori comuni (volgari?), attirati meno da esigenze etiche o da considerazioni morali, che semplicemente dal prezzo, dal gusto di prodotti colti a maturazione (niente conservazione e conservatori) e, forse anche (perché no?), dalla possibilità di convivialità e di contatti con i produttori contadini.

A prescindere dalle motivazioni della domanda, la moltiplicazione dei nuclei locali autonomi, autogestiti, dediti ai circuiti corti, rivolti a una clientela generica e animati da un gruppo di militanti, significherebbe incentivare l'istallazione di piccoli coltivatori (a patto che ce ne siano abbastanza), incrementare gli sbocchi per i loro prodotti (rendendo, perfino, superfluo il contratto preventivo obbligatorio delle AMAP)… sarebbe favorevole alla moltiplicazione e alla diversità dei produttori, delle produzioni, delle specie… permetterebbe la sensibilizzazione d'un più gran numero di persone alle pratiche culturali "pulite", ai modelli di distribuzione e d'alimentazione, infittirebbe l'incrociarsi tra rapporti produttivi e legami interpersonali, limiterebbe fortemente sia la dimensione territoriale dei perimetri, che l'inflazione delle catene d'intermediazione, pur garantendo al territorio l'appropriazione del valore aggiunto… favorendo, così, la transizione ad una agricoltura di prossimità, più rispettosa dell'ambiente.

Purché non sfuggisse al controllo collettivo del Movimento, lo sviluppo d'una rete territoriale siffatta costituita da piccoli nuclei autonomi, anche fosse parzialmente alimentata da une domanda generica, poco sensibile alle esigenze etiche del Movimento, costituirebbe, pur sempre la dimostrazione pragmatica:

  • che la grande deterritorializzazione capitalista non è la sola prospettiva possibile;
  • che "il locale" può avere un'esistenza propria… che dispositivi territoriali di circolazione economica, volti verso il territorio, esenti da collegamenti verticali con la sfera finanziaria, alimentati da transazioni dirette di debole ampiezza, sono perfettamente efficienti e permettono prezzi accessibili per il consumatore e rimuneratori per il piccolo produttore contadino;
  •  che sistemi di produzione diversi da quelli dell’agro-industria sono possibili… che forme di circolazione in cui lo scambio è vettore di senso, occasione di sociabilità, di relazioni umane, sono praticabili e sostenibili.

 

 

Tommaso Regazzola, 26 gennaio 2015