Lasciamo perdere la luna?

pubblichiamo qua una riflessione del nostro amico Thomas Regazzola (che ci osserva e segue dalla Bretagna) in relazione all'appello del Tavolo RES "facciamo qualcosa di solidale!"

e delle bevi note di risposta da parte di un altro caro amico, Mauro Serventi (da Fidenza)

la discussione è aperta!

Lasciate perdere la luna… Guardiamo il dito. (di Thomas Regazzola)

Il testo del tavolo Res " Facciamo qualcosa di solidale!", mi mette profondamente a disagio.

C'é qualcosa che non va : ci si preoccupa troppo dell'orizzonte, si deduce il fare, da un futuro che si auspica; insomma invece di agire sospinti dall'etica, si continua farsi trainare dalle aspettative.

Già l'anno scorso Michele Bottari parlava di rallentamento della progressione (alle AMAP succede lo stesso), AndreaS mi scrive che sono troppo ottimista e che "abbiamo i nostri problemi anche noi" e, oggi, il documento del tavolo RES, parla di sfilacciamento delle reti e di scandalo della delusione. A me sembra che se le cose concrete che si stanno facendo non trovano il vigore necessario per svilupparsi, é perché sono troppo legate ad attese ingannevoli, a speculazioni d'impossibile realizzazione perché partorite, solo, dalla nostra "visione del mondo".

C'é, davvero, qualcuno che ha mai pensato (e magari anche teorizzato) che, nell'Europa d'oggi, le pratiche condivise all'interno delle reti avrebbero potuto avere "lo stesso effetto empatico che hanno avuto in altri paesi del sud" ?

Il pericoloso candore d'una aspettativa simile é profondamente inquietante.

Ecco come si fabbricano sconforto e delusione, confrontando le proprie pratiche con obbiettivi impossibili … ! Ecco come ci si impedisce di valutare seriamente quello che é stato ottenuto… Ecco come si prende il rischio di svalutare, più o meno esplicitamente, il valore dei metodi utilizzati. Per giustificata che sia, la proposta d'una "revisione profonda" deve riguardare il nostro modo di valutare, ben più che il nostro modo di operare (la metodologia).

Anzi, bisognerebbe evitare di mettere in pericolo il concetto delle pratiche condivise all’interno delle reti che ha prodotto quella preziosa innovazione dell'architettura ibrida, a base di "autonomia dei gruppi locali + molteplicità delle reti" che fa la forza dell'ES e che stà già accumulando materiali utili, senza dubbio, per l'elaborazione dei modelli futuri d'organizzazione sociale.

Ma nessuno può prevedere le forme che prenderanno quei modelli.

Solo una cosa é certa : salvo imporsi dispoticamente, la costruzione d'alternative, la creazione d'istituzioni di altra economia non potrannno mai sorgere da un immaginario unico (il nostro), non saranno mai il riflesso d'un solo modo di vedere, di pensare, d'una visione del mondo unica. I modelli futuri,  saranno necessariamente frutto di compromessi tra le diverse concezioni del mondo che compongono una società viva, mercato compreso, economia liberale compresa.

Non sò cosa significhi esattamente ampliare l’orizzonte dello sguardo e dell'agire…", per quanto mi concerne, vorrei, piuttosto, che distogliessimo lo sguardo dall'orizzonte e interpretassimo, in sé e per sé, il significato, il valore delle cose concrete che si stanno facendo, smettendo di praticare quel confronto, lancinante e inevitabilmente deludente, di ciò che abbiamo sotto gli occhi con quel che si crede di intravvedere, dentro i miraggi che l'orizzonte ci offre.

Senza valutare correttamente quello che abbiamo ottenuto, non possiamo capire quello che c'é da fare.

Ciò che conta non é tanto il miglioramento della vita di molte persone, ma il fatto che (come sempre, assieme ad altre spinte, provenienti da orizzonti diversi) le idee e le prassi di gruppi di cittadini-consumatori che si sono ostinati, per più decenni, in diversi paesi del mondo, hanno prodotto un'evoluzione collettiva del sentire sociale, hanno ricucito quella lacerazione tra produzione e consumo che il sistema dominante aveva organizzato, hanno fatto rinascere, nelle rappresentazioni mentali dei cittadini (sia di campagna che di città) l'immagine, l'idea, il desiderio d'un consumo ricollegato al produttore, di cui l'urbanizzazione e la grande distribuzione avevano cancellato perfino il ricordo.

Si tratta di un grande risultato, di un fatto "politico" molto importante, perché la resurrezione di quell'immagine, di quel desiderio permette, oggi, il dilagare dei piccoli produttori in vendita diretta a Km zero che, ormai, gestiscono in proprio la fase commerciale finale, senza più dipendere dall'aiuto dei cittadini-consumatori.

Benché non dichiarino esplicitamente di aderire al quadro etico-morale formalizzato dai cittadini-consumatori, queste nuove forme di piccola distribuzione s'appoggiano, anch'esse, sulla rivalorizzazione dei legami interpersonali, del rapporto con il cibo, con il territorio… mirano, anch'esse, a ridurre il numero d'intermediari e ad appropriarsi del valore aggiunto…

Certo, si tratta di produttori preoccupati più del loro fatturato, che di solidarietà, di reciprocità e di considerazioni etico-morali. Tuttavia, molti di loro sono del tutto estranei all'industria chimico-agro-alimentare, alla grande distribuzione e alla sfera finanziaria, coltivano prodotti "puliti", à forte valore aggiunto, a forte intensità di lavoro, destinati alla vendita diretta; la loro attività, iscritta in contesti locali, intensamente relazionali, é esposta a un controllo sociale che impone pratiche agricole responsabili e trasparenza commerciale.

Le caratteristiche degli ambienti in cui hanno scelto di operare generano, necessariamente, comportamenti molto lontani dalle pratiche economico-commerciali dominanti, mentre le loro scelte di vita testimoniano d'una concezione umanista dell'agire economico e della relazione sociale, molto vicine (se non uguali) a quelle dell'ES… anche se non sentono il bisogno di enunciare i principi che informano le loro pratiche e, ancor meno, di servirsene per condizionare l'accesso alle loro prestazioni.

Anzi, il loro successo sembra proprio legato alla scomparsa d'ogni riferimento esplicito a un quadro etico formalizzato, alla cancellazione d'ogni frontiera interno/esterno (noi/voi… aderenti-iscritti/consumatori esterni), cosicché, ogni sorta di pubblico, anche molto lontano da qualsiasi ispirazione etica o politica, anche spinto, solo, dalla recerca di prodotti "puliti", a prezzi ragionevoli, può accedere alle prestazioni, senza che gli si richieda alcuna complicità ideologica o "spirituale" (come fa, invece, l'esigenza della quota annua d'adesione, recepita, anche, nella legge finanziaria del 2008).

Rivolgendosi a un pubblico di consumatori "qualsiasi", lo lasciano libero di scegliere prodotti e quantità, senza che l'acquisto induca obblighi di sorta, né verso i produttori (contratti annuali), ne verso la struttura (frequenza, periodicità, degli acquisti, prestazioni di lavoro). Da parte sua, il produttore decide liberamente cosa vuol vendere e a che prezzo.

Senza alcun dubbio, partecipano allo sviluppo del territorio, contribuiscono alla promozione d'un consumo responsabile, d'una agricultura sostenibile, fanno cambiare i modi di vedere, favoriscono l'evoluzione del paradigma dominante verso una riorientazione delle politiche.

Sorgendo dal basso, quasi impossibili da centralizzare, dimostrano che un'alimentazione di prossimità, senza chimica é possibile, che dispositivi locali di circolazione economica, non subordinati alle grandi strutture di gestione economica, imperniati sull'interconoscenza invece che sull'intermediazione, possono nutrire correttamente i consumatori e permettere ai piccoli agricoltori di vivere. Testimoniano che un'economia locale orizzontale é praticabile, che gli spazi locali dispongono delle risorse necessarie per appropriarsi d'una parte significativa del valore aggiunto prodotto.

Se si ha l'intenzione di guardare e la voglia di vedere, non si può non capire che la cosa va ben al dilà del "salvataggio di qualche agricoltore" e che si tratta dell'autonomia dei territori.

Nessuna transizione verso une società durevole sarà mai possibile senza riconquista della policultura contadina, senza riscattare dei terreni, reconvertendoli al bio, senza impedire che il sistema agro-industriale continui a far sparire i piccoli coltivatori, spogliando ogni luogo dei suoi agenti di valorizzazione primaria, per consegnarne gli abitanti, mani e piedi legati, alle megastrutture che risucchiano il valore aggiunto.

Oggi il significato économico della vendita diretta e dei circuiti corti non é per nulla trascurabile. Queste pratiche sono diventate, ormai, il solo modo per i piccoli contadini di mantenersi sulla loro terra, il solo strumento di valorizzare i loro prodotti, di ritrovare un posto nel sistema sociale e (magari) di moltiplicarsi.

Ecco perché non credo che la "revisione profonda" di cui si parla possa consistere in una specie di esame di coscienza di ognuno di noi, in una rinascita spirituale (!), in una revisione del proprio vissuto personale che sarebbe ancora troppo liberal-individualista, troppo complice con il sistema. Non credo sia una questione di "disciplinare sé stessi".

Penso, piuttosto, che l'asse consumerista della "soddisfazione del consumatore" (senza parlare del suo correlato : il fantasma d'una opposizione alla GD[1]), e il messaggio degli acquisti solidali

debbano, ormai, essere spostati verso una strategia che non si rivolga più, specificamente, al consumatore, ma che proponga ai "citoyens" d'utilizzare il loro budget-consumo come leva per difendere la libertà del produttore, per sviluppare l'agricoltura contadina, per riconquistare la policultura, per favorire la conversione bio di molti coltivatori, per disintossicare una certa quantità d'ettari, sottraendoli alla monocultura industriale, ottenendo, nello stesso tempo, un cibo di qualità, a prezzi ragionevoli.

Oggi, dopo aver fatto rinascere il desiderio d'una alimentazione articolata alla produzione, dopo essersi adoperati per dare forma istituzionale a quell'articolazione (vedi le leggi regionali), i cittadini-consumatori-proattivi, anime del consumo solidale, sono davanti alla sfida di difendere l'esistenza dei piccoli coltivatori a commercializzazione diretta, di appoggiarli, di aiutarli. Non si tratta della rivoluzione; si tratta di ottenere (come hanno fatto in Emilia-Romagna, con la loro legge regionale), che le istituzioni, i diversi poteri, prendano le misure necessarie per legittimare anche altri dispositivi di circolazione economica, anche altri modi di fare e di vivere, evitando che siano schiacciati o recuperati dal mercato (come, già, sta facendo "l'Alveare che dice sì").

Allora, sì : "Rompiamo gli steccati delle nostre riserve indiane. Facciamo qualcosa di solidale!", eliminiamo ogni distinzione tra piccoli produttori che si addossano ai GAS e quelli che, pur facendo da soli, sono estranei all'industria chimico-agro-alimentare, alla grande distribuzione e alla sfera finanziaria[2]; adoperiamoci perché tutti i piccoli produttori "puliti" ottengano uno statuto istituzionale, in modo da far esistere un gran numero di piccoli mercati distribuiti, veramente alternativi, che offrano nuovi sbocchi ai piccoli coltivatori, permettendo loro d'esser più numerosi.

É una posta molto importante, perché la riconquista della piccola proprietà contadina e del territorio é un passaggio obbligato della transizione verso tecniche culturali "pulite", verso un'agricoltura di prossimità, verso modelli di distribuzione alimentare non centralizzati e verso uno sviluppo autonomo dei territoiri locali. Per di più, la sfida é importante non solo per il consumo solidale, ma anche per la stessa ES, perché i nuclei locali che s'organizzano attorno ai circuiti corti e alla vendita diretta costituiscono gli indispensabili ancoraggi perché tutte le sue reti possano conservare il loro radicamento nei territori e nella terra.



[1] La Grande Distribuzione e l'industria agro-alimentare incassano senza batter ciglio le perdite dovute agli acquisti solidali. Anzi, molto attente alla customer satisfaction, prendono molto sul serio il processo d'emancipazione culturale del cliente-consumatore. Rendendosi conto del desiderio di ravvicinarsi alle radici culturali del cibo, adattano le loro strategie marketing, in modo da tirar profitto dai valori di base dei circuiti corti, valorizzando i fattori psicosociali dei prodotti, le tradizioni locali, le transformazioi artigianali e creando scaffali (o anche corsie) di prodotti reputati autentici e naturali dal cliente.

[2] Come dice Marco Servettini : parliamo a chi è fuori dai nostri linguaggi e dalle nostre reti… apriamo a tutti quelli che investono veramente sulla sostenibilità, anche con declinazioni diverse dalle nostre (ma, ahimé, guardando il programma di NOW festival, ho il sospetto che non pensiamo agli stessi interlocutori).

 

Brevi note sul testo «  Lasciate perdere la luna… Guardiamo il dito. » (di Mauro Serventi)

 in cui l'autore (Thomas), dalla Francia,  esprime profondo disagio nei confronti del doc « Facciamo qualcosa di solidale! » del Tavolo RES

 

 

Premessa

Al fine di facilitare la partecipazione al dialogo ho preferito riportare alcune parti del testo di Thomas e farle seguire da un beve commento. Tenendo conto della complessità e lunghezza dello stesso, consapevole del rischio di una lettura parziale , ho preferito individuare solo alcune tematiche in modo da facilitare il confronto partecipato. Se qualcuno ritiene utile e opportuno è invitato a prendere in considerazione anche quanto qui è inevitabilmente trascurato.

 

 

Thomas scrive :

 ...invece di agire sospinti dall'etica, si continua farsi trainare dalle aspettative.

 

- penso che l'etica sia alla base della gran parte delle esperienze e delle prassi dei GAS e dell'economia solidale italiana. Le aspettative epresse dal documento della RES, invece, sono il frutto e la sintesi di un processo, che dura da diversi anni, di normale revisione e riprogettazione di un soggetto complesso e articolato come è il mondo dell'es italiana.

 

 

Thomas scrive:

...speculazioni d'impossibile realizzazione perché partorite, solo, dalla nostra "visione del mondo".

 

Mi sembra che non si possa parlare di una nostra visione del mondo, anzi penso proprio che ci manchi. E ci manca perché ci manca un pensarci insieme. Non siamo in grado, di conseguenza, di essere una presenza significativa in grado di rappresentare almeno un indizio di alternativa né per noi né per « gli altri».

Un pensarsi insieme come unico contesto possibile in cui sviluppare e mettere in pratica idee ed azioni in grado di dare segnali di futuro in una situazione di crisi perenne. Il doc della rete RES a Bergamo nel febbraio 2016 si propone di fare alcune proposte in merito cercando di leggere il filo che collega i diversi valori presenti nella Rete e di additare piste per il futuro.

 

 

Thomas scrive:

...il pericoloso candore d'una aspettativa simile é profondamente inquietante. Ecco come si fabbricano sconforto e delusione, confrontando le proprie pratiche con obbiettivi impossibili …

 

Non mi sembra che lo sconforto e la delusione siamo gli aspetti che caratterizzano meglio le varie esperienze di es in Italia, né tanto meno che contraddistingua il doc della RES in questione. Gli aspetti critici evidenziati possono essere corretti o meno ma sono del tutto razionali e, in genere, scevri della componente emotiva.

Mi sembra, infatti, che l'es italiana stia procedendo secondo un modello che risente degli anni e del contesto in cui il modello si è sviluppato e non si tenga conto adeguatamente che il mondo è cambiato, non è più lo stesso, e che la solidarietà non è diventata la matrice e la caratteristica principale delle nostre prassi.

 

 

Thomas scrive:

... sui  modelli futuri, :   saranno necessariamente frutto di compromessi tra le diverse concezioni del mondo che compongono una società viva, mercato compreso, economia liberale compresa.

 

- Ok penso proprio che sarà così, almeno finchè le tante contraddizioni non esploderanno !

 

 

Thomas scrive:

...Senza valutare correttamente quello che abbiamo ottenuto, non possiamo capire quello che c'é da fare….

Si tratta di un grande risultato, di un fatto "politico" molto importante, perché la resurrezione di quell'immagine, di quel desiderio permette, oggi, il dilagare dei piccoli produttori in vendita diretta a Km zero che, ormai, gestiscono in proprio la fase commerciale finale, senza più dipendere dall'aiuto dei cittadini-consumatori.

 

Questo credo sia il punto principale ! Penso che sia vero come, tuttavia, è altrettanto vero che la logica in cui si sono inserite le innovazioni apportate anni fa sono in buona parte state collocate dentro la stessa logica con cui opera il mercato. E che la crisi attuale ha reso per lo meno contradditorie e comunque inadeguate !

 

 

Thomas scrive:

….Certo, si tratta di produttori preoccupati più del loro fatturato, che di solidarietà, di reciprocità e di considerazioni etico-morali. Tuttavia, molti di loro sono del tutto estranei all'industria chimico-agro-alimentare, alla grande distribuzione e alla sfera finanziaria, coltivano prodotti "puliti", à forte valore aggiunto, a forte intensità di lavoro, destinati alla vendita diretta; la loro attività, iscritta in contesti locali, intensamente relazionali, é esposta a un controllo sociale che impone pratiche agricole responsabili e trasparenza commerciale.

Le caratteristiche degli ambienti in cui hanno scelto di operare generano, necessariamente, comportamenti molto lontani dalle pratiche economico-commerciali dominanti, mentre le loro scelte di vita testimoniano d'una concezione umanista dell'agire economico e della relazione sociale, molto vicine (se non uguali) a quelle dell'ES… anche se non sentono il bisogno di enunciare i principi che informano le loro pratiche e, ancor meno, di servirsene per condizionare l'accesso alle loro prestazioni.

 

Peccato che la realtà che noi vediamo ci mostri che, senza un cambiamento e un grande patto solidale, il loro futuro è sempre più faticoso e incerto. Un patto centrato sul territorio con tutti gli attori in campo : cittadini, movimenti e istituzioni.

 

 

Thomas scrive:

...Nessuna transizione verso une società durevole sarà mai possibile senza riconquista della policultura contadina, senza riscattare dei terreni, reconvertendoli al bio, senza impedire che il sistema agro-industriale continui a far sparire i piccoli coltivatori, spogliando ogni luogo dei suoi agenti di valorizzazione primaria, per consegnarne gli abitanti, mani e piedi legati, alle megastrutture che risucchiano il valore aggiunto.

 

D'accordissimo! Ed è proprio questa transizione che si auspica! E che richiede una nuova consapevolezza da parte nostra: non solo singole prassi ma capacità di inclusione e di pensiero rivolto alla formazione di una comunità territoriale disposta ad agire insieme.

 

 

Thomas scrive:

 ...e il messaggio degli acquisti solidali debbano, ormai, essere spostati verso una strategia che non si rivolga più, specificamente, al consumatore, ma che proponga ai "citoyens" d'utilizzare il loro budget-consumo come leva per difendere la libertà del produttore, per sviluppare l'agricoltura contadina, per riconquistare la policultura, per favorire la conversione bio di molti coltivatori, per disintossicare una certa quantità d'ettari, sottraendoli alla monocultura industriale, ottenendo, nello stesso tempo, un cibo di qualità, a prezzi ragionevoli.

 

Anche con questo d'accordissimo!!con la sola precisazione che i citoyens siano disposti a ragionare nella direzione e nel contesto del “bene comune” e non solo di interesse e salvaguardia del proprio privato.

 

 

Thomas scrive:

….si tratta di ottenere ….. che le istituzioni, i diversi poteri, prendano le misure necessarie per legittimare anche altri dispositivi di circolazione economica, anche altri modi di fare e di vivere, evitando che siano schiacciati o recuperati dal mercato (come, già, sta facendo "l'Alveare che dice sì"). Allora, sì : "Rompiamo gli steccati delle nostre riserve indiane. Facciamo qualcosa di solidale!",

 

- E' proprio questo che il doc auspica e che invita ad attuare!